Password dimenticata?

Registrazione

Home > Notizie

Angelo d'Orsi - L'anno della rivoluzione

Particolare di copertina
UN ANNO CHE HA CAMBIATO LA STORIA
 


1917

Fatima, Caporetto, il Palazzo d'Inverno e la Casa Bianca, Lenin, Mata Hari... Angelo d'Orsi ripercorre, in dodici capitoli, i dodici mesi di un anno in cui tutto è cambiato, in cui il Novecento si è fatto secolo: è il 1917. L'anno della rivoluzione


Nel 1909 il Manifesto futurista, sul quotidiano parigino «Le Figaro», loda la guerra come «sola igiene del mondo»; nel 1912, uno scrittore nazionalista italiano pubblica un libro che annuncia come «inevitabile» la guerra, e nello stesso anno, i giovani rampolli della classe dirigente francese, intervistati per una inchiesta da due sociologi di orientamento di destra, Tarde e Massis, la auspicano; l’anno seguente il poeta tedesco Stefan George predice, attendendola, una «guerra sacra», capace di rigenerare il mondo e la putrida umanità.

L’elenco potrebbe continuare, e i prodromi dell’esaltazione bellica che sfocerà nel conflitto europeo del ’14-’18, diventato via via davvero “mondiale”, si possono rintracciare anche prima del peana di Filippo Tommaso Marinetti e dei suoi sodali, entusiasti laudatori della guerra, come mezzo e luogo della modernità, della velocità, del progresso. Il bellicismo dei poeti e degli artisti troverà notevole credito proprio in Italia, «l’unico paese in cui, nelle grandi città, si organizzano delle manifestazioni popolari al grido di “Viva la guerra”».

Ci si riferisce, qui, alla chiassosa e spesso violenta mobilitazione interventista tra l’autunno del ’14 e il maggio del ’15, per portare il paese nella guerra; ma già in precedenza uno scrittore, al tempo giovane provocatore intellettuale, Giovanni Papini, invitava ad “amare la guerra”, in un crescendo che troverà il suo araldo supremo e assai mediatico in Gabriele d’Annunzio, confermando la tesi di chi ha creduto di vedere negli intellettuali «i veri leader della causa interventista». L’Italia, dunque, entrerà in guerra, benché il Parlamento, nella sua larga maggioranza, e la gran parte della società siano contrari. Sarà una decisione di tre individui, sostanzialmente: il re Vittorio Emanuele III, il primo ministro Salandra, il ministro degli Affari Esteri Sonnino. Non sbagliando, uno storico e giornalista come Luigi Salvatorelli parlerà, nel dopoguerra, di un «colpo di Stato»5: che trascina un paese impreparato, incerto, in una tragedia i cui effetti, per la storia nazionale, saranno tra i più gravi della scena internazionale, se e vero, come e vero, che il fascismo sarà figlio della guerra, e sulla propaganda bellica costruirà la sua ascesa al potere, il suo successivo consenso, e, infine, la sua stessa catastrofe in cui trascinerà un intero popolo.

Naturalmente, il conflitto tra le più potenti nazioni della scena europea del tempo scoppia non tanto per le invettive o gli incoraggiamenti degli intellettuali – che pure, tuttavia, contribuiscono a creare un clima adatto ad accettarla –, ma per l’urto di interessi economici e di strategie geopolitiche, tra grandi potenze al tramonto e nuove potenze emergenti. Ma ci sono in ballo anche altri fattori: la sottovalutazione delle conseguenze di un gesto, la sprovveduta incoscienza (rispetto a costi e benefici della guerra) dei leader internazionali, che si lanciano, o si lasciano trascinare, nel gioco di risiko del 1914 che condurrà ad un conflitto mai visto in precedenza, di cui pochi, sul momento, comprendono la novità e la portata, nessuno le conseguenze. L’ingresso nella guerra nondimeno serve anche all’Italia, come a diversi altri governi, a nascondere problemi interni, o a cercare nella proiezione esterna, con tutto quello che ciò significa, la loro soluzione, economica, sociale, politica. Quella guerra – vero incipit del secolo, secondo la celebre scansione cronologica di Eric Hobsbawm – ha indubbiamente cambiato la faccia del mondo, e non c’è studioso che non l’abbia osservato, almeno negli ultimi decenni. Un cambiamento che si ripercuoterà lungo tutto il secolo, a cominciare dall’immediato dopoguerra (…)

 Negli Stati liberali aumenteranno le funzioni direttamente svolte dai governi nell’economia, con una diffusa ramificazione nella società, attraverso organi di vario genere, ma con una parallela crescita della forza di pressione dei ceti imprenditoriali e finanziari. E non si possono trascurare le modificazioni degli assetti sociali, a cominciare dall’anticipazione di un “complesso militar-industriale” che si svilupperà pienamente nel conflitto del ’39-’45, e successivamente; mutano anche i rapporti tra potere militare e potere politico, a scapito del secondo, un po’ dappertutto; e si verifica una forte compressione delle libertà e dei diritti civili e politici nelle società, con un prevalere dell’Esecutivo sul Legislativo, e l’introduzione di leggi emergenziali che segneranno tracce profonde nella cultura giuridica di quasi tutti i paesi.

Dalla guerra, si generano forze politiche nuove, orientamenti inediti, orizzonti mentali che danno la misura del cambio di epoca. E significativo che per i contemporanei quella sia stata subito una “grande” guerra, e poi nel corso del tempo, rapidamente, essa fu ed e tuttora per tutti “la Grande guerra”. Si tratta, in sintesi, di un violento, drammatico ingresso nella modernità, testimoniato non soltanto dagli armamenti, dalle strategie e dalle intenzioni dei contendenti, unificati nella volontà di una vittoria senza condizioni sul nemico, da raggiungere con ogni mezzo, calpestando accordi, violando convenzioni, ignorando norme morali: dai primi bombardamenti aerei (già peraltro usati dall’esercito italiano in Libia nel 1911-12, un conflitto che costituisce l’innesco di quello del ’14) all’uso di gas tossici o asfissianti, dall’impiego di sottomarini che lanciano siluri colando a picco navi senza preoccuparsi se trasportino civili, combattenti, prigionieri, fino a un massiccio ricorso, inedito in quella misura, alla propaganda come arma fondamentale di guerra. La modernità introdotta dalla Grande guerra e l’anticamera della politica delle masse, di enormi cambiamenti sociali, delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni, del totalitarismo.

E la guerra di trincea, o “guerra di posizione”, che ogni volta che prova a rovesciarsi in “guerra di movimento” produce decine, talora centinaia di migliaia di vittime, tra morti e feriti (sempre feriti gravi, con conseguenze irreversibili nel fisico, inabilita permanenti) e prigionieri, destinati ad essere “dimenticati” in veri e propri lager. E in quella guerra, per la prima volta, si muore non soltanto perché colpiti dalle armi nemiche, ma per la condizione stessa in trincea: ricoveri scavati nella terra, ove i soldati trascorrono settimane, mesi, anni, ammalandosi, e spessissimo morendo, di tifo, tubercolosi, polmonite, dissenteria, denutrizione, colera, disidratazione; per non parlare delle forzose convivenze oltre che con umani, in spazi angusti e insalubri, con ratti e con insetti micidiali, come le cimici e i pidocchi, e con innumerevoli specie di parassiti.

Nelle lettere dei soldati sono proprio questi i protagonisti veri: i pidocchi. E ci sono poi gli effetti mentali, i turbamenti della psiche dei combattenti, che soltanto negli ultimi anni sono stati studiati, con risultati inquietanti. La Grande guerra è una fabbrica di follia. Una guerra in cui il potere, in ogni nazione, manifesta da una parte il totale disprezzo della vita dei soldati, e dall’altra delle popolazioni civili, obbligando gli uni a immolarsi per conquistare una collinetta di sabbia e sassi, e affamando le altre, in particolare gli abitanti delle città.

In questa guerra di trincea, i comportamenti dei comandi sono gli stessi, grosso modo, nelle diverse nazioni belligeranti: ci si batte per conquistare metri di terreno, in insensati assalti in cui gli uomini, uscendo dalle trincee, si lanciano sconsideratamente contro il nemico, che li falcidia. Nel 1914-16 si svolgono battaglie senza fine, ma con centinaia di migliaia di cadaveri lasciati a marcire nella “terra di nessuno”, quegli spazi che separano le contrapposte zone nemiche. Una serie di battaglie, fin dai primi di agosto del 1914, vedono protagonista la Germania che deve pero lottare sul fronte Ovest, cercando di invadere la Francia, anche a costo di passare attraverso il Belgio neutrale, ma anche su quello Est, dove deve difendersi dall’attacco russo. La Marna, Tannenberg, Gallipoli, Ypres, la Somme, Verdun, lo Jutland...: altrettanti cimiteri, di terra, e talora di mare, che non segnano alcun cambiamento nei rapporti di forza, e mostrano il pervicace disinteresse per la vita oltre che per le condizioni dei soldati, vittime e carnefici, vicendevolmente, in una estenuante danza macabra. Nella battaglia della Somme i caduti sono oltre un milione, a Verdun 600.000, e via seguitando.

All’impreparazione politica e psicologica delle leadership politiche, corrisponde una incapacità delle gerarchie militari di cogliere la novità anche tecnologica di quella guerra. Si crede, cocciutamente, che si debba semplicemente intensificare la produzione di armi. «Il loro ingenuo attaccamento a una strategia offensiva, prima che fosse stata trovata un’adeguata risposta tecnologica alla guerra di posizione, richiese materiale bellico e munizioni in quantità inaudite». Quelle battaglie-carneficine sono anche il momento per la sperimentazione di nuovi mezzi tecnologici e risorse belliche, oltre che di tattiche più o meno innovative, quasi sempre fallimentari, a spese delle truppe, in particolare della fanteria, che e la protagonista, tragica, della Grande guerra. A Verdun si usano per la prima volta i lanciafiamme, uno strumento fra i più devastanti anche per il terrore che suscita nei soldati; alla Somme vengono adoperati i chars d’assaut, rudimentali carri armati che tuttavia avranno un ruolo decisivo; a Caporetto gli austro-germanici impiegano una soluzione chimica misteriosa che uccide in pochi istanti i fanti italiani, lasciandoli pietrificati; a Ypres si fa ricorso per la prima volta a miscele di gas asfissiante che verranno poi chiamate, in modo generico, appunto “iprite” (analogamente, nella Seconda guerra mondiale, dal bombardamento a tappeto sulla citta inglese di Coventry si conierà il neologismo “coventrizzare”, per dire distruggere completamente un centro urbano).

Il cinismo dei fatti si riproduce in quello delle parole. Soprattutto la seconda metà del conflitto e contrassegnata dalla pratica del bombardamento delle citta, che sarà perfezionata fino a diventare genocidaria nel Secondo conflitto, quando verrà portato alle estreme conseguenze il carattere di “guerra totale” avviato appunto nel 1914: come e stato osservato ormai da larga parte della storiografia, più che dell’inizio della Prima guerra, si tratta di una sola nuova “guerra dei trent’anni” che durerà fino al 1945. Pur in un tripudio di tecnologia, comunque, alla fine si ritorna sempre all’arma bianca: la baionetta sarà impiegata con grande disinvoltura su tutti i fronti. Moderno e antico si affiancano in questo conflitto, che dal cuore dell’Europa, tra Balcani, Mitteleuropa e area mediterranea, si estende a Ovest verso Stati Uniti, Messico, Brasile, e a Est, verso l’immenso Impero degli zar sul punto di crollare, fino al Giappone e alla Cina, toccando i vasti territori di un altro Impero in decadenza, quello ottomano, destinato anch’esso a frantumarsi. In queste condizioni si arriva al 1917, «l’anno impossibile», quando tutti i popoli d’Europa ormai «stanchi degli immensi sacrifici e sofferenze di questa guerra, applaudirono i rivoluzionari russi, i quali sembravano proclamare il verbo liberatore». E, o appare, come il momento della riscossa dei subalterni, ma anche dell’attesa di una rinascita, della salvezza, dopo gli anni dell’inferno bellico.

A dispetto, però, delle attese dei combattenti e dei civili, degli auspici del papa, delle speranze di socialisti, specialmente italiani, rimasti fedeli all’internazionalismo proletario, la guerra non cesserà affatto, anzi continuerà, come «una macabra routine»; ma anche nell’abitudine e nella routine v’è un punto di rottura, ed esso e precisamente il 1917; un anno che, lungi dal porre fine al conflitto, si rivelerà il più duro e tragico, ma avvierà processi nuovi, in seno al conflitto stesso e intorno ad esso. Grandi, imprevisti rivolgimenti, specialmente nell’immensa Russia degli zar, complicheranno il quadro, dando nel contempo una svolta alla guerra, in parallelo all’intervento degli Usa, che rompono l’isolamento e fanno ingresso nella storia d’Europa, e del mondo intero, con conseguenze che pochi allora immaginano.

La guerra, in sostanza, modifica radicalmente la carta topografica del mondo, e cambia gli equilibri geopolitici: l’abusato detto “nulla sarà più come prima” si attaglia perfettamente alle conseguenze della Grande guerra. All’interno delle società, essa, se produce danni economici per le moltitudini, impoverendole, e comprimendone i diritti, arricchisce in misura spropositata alcune fasce di classi medie e altoborghesi: commercianti, imprenditori dei settori coinvolti nelle forniture belliche o di materiali e derrate alimentari per l’esercito, banchieri. L’aumento delle disuguaglianze economiche sarà fattore scatenante di altre guerre, sociali, invece che nazionali.

Perciò il 1917, a fronte di un conflitto che si mostra come un’ininterrotta serie di grandi e piccole stragi, studiate a tavolino, e anche l’anno delle sommosse e degli ammutinamenti, dei tumulti e delle rivolte: di donne, soldati, operai... È l’anno della rivoluzione.


Angelo d'Orsi, 1917. L'anno della rivoluzione


Angelo d'Orsi è professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino.


comments powered by Disqus

Seguici in rete

facebook twitter youtube newsletter laterza

Ricerca

Ricerca avanzata

Lea libri e altro: la piattaforma di lettura in streaming di Laterza. Prova 1 mese gratis!

Lampi Laterza

App Lezioni di Storia

Notizie

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su