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Barry Strauss, La morte di Cesare


LA MORTE DI CESARE
Barry Strauss

La morte di Cesare

Un complotto preparato nei minimi particolari. Le motivazioni dei congiurati. Il carattere di Bruto e Cassio. Il mistero del terzo uomo che tradì. Barry Strauss racconta come le le Idi di marzo abbiano cambiato la storia dell’Occidente, ben più di quello che i congiurati avrebbero mai potuto immaginare.


Tre ultime gocce: il vaso è colmo

All’epoca delle Idi di marzo Tito Livio era un ragazzo. Cittadino di Patavium (l’odierna Padova), venne travolto dalle guerre civili di quel periodo. Ma riuscì a sopravvivere, e avrebbe scritto una delle più grandi storie di Roma antica. Fra le ampie parti sopravvissute della sua opera, c’è purtroppo soltanto uno schematico abbozzo dei capitoli su Giulio Cesare, derivante da un sommario composto successivamente, in epoca imperiale. Questo testo contiene comunque un’analisi importante, che mette in rilievo l’enorme compito che Cesare si trovava ad affrontare nel campo delle pubbliche relazioni in un momento in cui si avviava ad assumere un nuovo ruolo. Cesare era maestro nell’arte della manipolazione e della messa in scena, ma il ruolo di dittatore a vita richiedeva un nuovo copione. Nessun Romano, per quanto abile fosse, poteva permettersi di riproporre una storia già vista senza suscitare resistenza in qualche settore del suo pubblico. Il Senato gli aveva tributato i massimi onori, ma ciò inevitabilmente suscitava un sentimento assai temuto da un politico romano: l’invidia, la malevolenza. Come scrive Livio, vi furono tre eventi, nel dicembre del 45 a.C. e nei due mesi successivi, che orientarono un settore decisivo dell’opinione pubblica romana contro Cesare. E poiché coinvolsero alcune personalità del mondo romano, furono forse questi a far precipitare la situazione. Il primo incidente avvenne probabilmente nel dicembre del 45 a.C., o forse nei primi giorni del 44. In quel periodo il Senato stava votando per tributare una serie di onori al dittatore. Alcuni dicevano che i nemici di Cesare in realtà stavano saltando sul carro del vincitore per metterlo in imbarazzo sovraccaricandolo con un eccesso di riconoscimenti. Solo pochi senatori votarono contro. Alla fine i senatori decisero di recarsi formalmente a conferire gli onori concessi a Cesare, e si diressero compatti verso il Foro di Cesare. Guidavano il gruppo i consoli e i pretori, seguiti dagli altri magistrati e dal resto dei senatori. In genere, la partecipazione alle sedute del Senato era scarsa, ma probabilmente quel giorno erano presenti da 100 a 200 degli 800-900 membri complessivi dell’assemblea. Erano in tenuta ufficiale, e senza dubbio offrivano uno spettacolo impressionante. Dietro di loro, una vasta folla di gente comune.

Cesare era seduto di fronte al tempio di Venere Genitrice. L’etichetta voleva che si alzasse in piedi per salutare i senatori, ma non lo fece. Non solo: addirittura ironizzò su quello che erano venuti a dirgli, affermando che gli onori a lui rivolti avrebbero dovuto essere diminuiti, invece che ulteriormente aumentati. Il rifiuto dell’omaggio ai senatori e il disconoscimento di fatto del loro rango rappresentava un insulto nei loro confronti – e secondo alcuni, anche nei confronti del popolo romano. Quale fosse il motivo per cui un uomo così scaltro come Cesare agisse in tal modo non è chiaro. Forse voleva saggiare i limiti del proprio potere. Le fonti riportano numerosi commenti riguardo a questo incidente. Vi si trovano spiegazioni del motivo per cui Cesare forse insultò i senatori, ma nessuno sa con certezza se quell’insulto fosse deliberato. Alcuni dicono che l’episodio fu la principale e letale causa di rancore contro Cesare, altri semplicemente che fornì ai futuri cospiratori una delle loro principali scuse. Il fatto consentiva ai suoi nemici di sostenere che egli voleva essere trattato come un re.

Spesso i Romani facevano riferimento al loro governo come al «Senato e popolo romano», secondo la famosa formula Senatus Populusque Romanus (SPQR). Nell’incidente avvenuto al Foro Giulio, Cesare dette la netta impressione di non tenere più in conto il Senato. Poi sembrò intenzionato a rivolgersi al popolo.

Il secondo incidente contrappose Cesare a due tribuni della plebe in carica nel 44 a.C., Gaio Epidio Marullo e Lucio Cesezio Flavo. Un giorno di gennaio del 44 a.C. essi trovarono un diadema sulla testa della statua di Cesare posta sui Rostri del Foro romano. Non si sapeva chi ce l’avesse messo. Il diadema era l’antico equivalente greco di una corona – molto più semplice, ma pur sempre simbolo della regalità. Era un nastro di seta bianca ricamato, con un nodo e due strisce frangiate. Marullo e Cesezio lo rimossero e dissero che Cesare, a suo merito, non aveva bisogno di cose del genere. Cesare tuttavia si arrabbiò. Sospettava che dietro alla vicenda ci fosse una macchinazione da parte dei tribuni, che avevano fatto comparire il diadema per poi poter fare bella figura rimuovendolo. E allo stesso tempo, il popolo avrebbe avuto motivo di sospettare che egli ambisse a diventare re. Poco dopo, il 26 gennaio, la questione si fece sempre più spinosa.

Cesare e il suo seguito erano in cammino sulla via Appia, dopo essere scesi lungo lo stretto sentiero del santuario di Giove Laziare sul monte Albano (oggi monte Cavo), che s’innalzava sopra le acque cristalline del lago Albano, a sud-est di Roma. Là avevano celebrato le Feriae Latinae, l’antica festa annuale dei popoli di lingua latina. Di solito l’evento si teneva in primavera, ma il dittatore lo aveva spostato a gennaio perché poi avrebbe dovuto partire per la guerra partica. Nel loro tragitto verso nord passarono dalla città di Boville, alla quale la famiglia di Cesare, i Giulii, faceva risalire le proprie radici, fino a un’epoca ancor più remota della fondazione di Roma.

Il Senato concesse a Cesare il diritto di rientrare a Roma a cavallo, come se celebrasse un piccolo trionfo. Quando arrivò presso la porta Appia, la gente gli si fece intorno. All’improvviso, qualcuno dalla folla lo acclamò come re: rex. Altri replicarono quel grido. Al che Cesare rispose: «Sono Cesare, non Re». La frase era arguta, perché la parola “Rex” non indicava solo il titolo, ma era anche il nome di una famiglia. Fra gli antenati di Cesare, infatti, c’erano dei “Re”: la famiglia dei Marci Re. Il gioco di parole di Cesare sembrava voler dire che qualcuno aveva semplicemente sbagliato nome. I più cinici supposero che la scena fosse stata preparata, per dar modo a Cesare di mostrare i suoi presunti sentimenti repubblicani.

I tribuni Marullo e Cesezio non ci trovarono niente di divertente, e fecero arrestare l’uomo che per primo aveva gridato rex. A questo punto Cesare espresse tutta la sua ira, accusandoli di fomentare l’opposizione contro di lui. I tribuni a loro volta dichiararono di sentirsi minacciati nell’esercizio delle loro funzioni. Cesare convocò una seduta del Senato.

Vi furono richieste di condannare a morte i tribuni, ma Cesare le respinse. Disse che parlava più con dolore che con ira. Avrebbe voluto concedere come di consueto la sua clemenza, ma era in gioco, disse, la sua dignitas, e quindi insisté perché i tribuni fossero rimossi dal loro incarico ed estromessi dal Senato. E così fu. Come botto finale, Cesare chiese che il padre del tribuno Cesezio diseredasse il figlio, ma l’uomo si rifiutò e il dittatore lasciò cadere la cosa.

Con la destituzione dei tribuni, la questione avrebbe potuto considerarsi chiusa, ma alcuni accusarono Cesare di aver incolpato persone che non c’entravano nulla – sostenendo che se la sarebbe dovuta prendere non con i tribuni, ma con quelli che lo avevano chiamato rex. Di lì a poco, si tennero le elezioni per scegliere i nuovi consoli, e alcuni votarono per Marullo e Cesezio. Era il chiaro segno del risentimento che covava per la tendenza di Cesare a trasformare le elezioni in un vuoto rituale.

La plebe romana vedeva davvero nei suoi tribuni dei paladini della gente comune. Una volta lo stesso Cesare aveva assunto una posizione del genere. Nel 49 a.C. aveva detto che uno dei principali motivi che lo avevano spinto a varcare il Rubicone era stato l’intento di proteggere i tribuni della plebe dagli abusi del Senato. Ora si metteva dalla parte sbagliata rispetto all’opinione pubblica. Il risultato fu di generare un moto di avversione causato dal fatto che Cesare voleva diventare re. Cesare effettivamente indulgeva a un’eleganza che richiamava quella degli antichi re di Roma, indossando ad esempio calzature alte e rosse e ghirlande d’oro.

Questo ci conduce al terzo incidente di cui parla Livio, accaduto durante la celebrazione della festa dei Lupercali, il 15 febbraio del 44 a.C. L’episodio avvenuto nel Foro di Cesare non era stato preparato, quello presso la porta Appia o non lo era stato o aveva preso una piega imprevista. L’incidente dei Lupercali fu invece sicuramente preparato in anticipo, ma non è chiaro chi ne scrisse il copione e quale ne fu il preciso significato.

La storia è questa. I Lupercali erano una festa associata alla fertilità, che si celebrava ogni anno. Dopo un sacrificio, i sacerdoti, indossando soltanto un perizoma, correvano per le strade del centro di Roma toccando con cinghie di pelle di capra gli spettatori, soprattutto le donne. La festa era collegata a Romolo, il mitico fondatore della città, circostanza che suscitava l’interesse di Cesare e di chiunque vedesse in lui un secondo fondatore di Roma. Prima del 15 febbraio, in vista della festa, il Senato costituì uno speciale gruppo di sacerdoti in onore di Cesare; Marco Antonio era il primo sacerdote, e aveva il compito di guidare il rito.

Nel 44 a.C. la festa dei Lupercali fu del tutto speciale. Il momento più importante e tale da lasciare a bocca aperta fu quando Cesare rifiutò in modo ostentato il diadema che gli venne offerto. La vicenda avvenne nel Foro romano, mentre Cesare era seduto nella tribuna oratoria, i Rostra(Rostri).

La tribuna era un monumento nuovo, di grande impatto, che faceva parte delle opere di ristrutturazione del centro della vita civica di Roma intraprese da Cesare. Quella precedente, vecchia di secoli, era stata demolita. Rostra significa «becchi», termine che rinvia agli speroni o «becchi» ricoperti di bronzo delle navi da guerra catturate al nemico, che ne costituivano la decorazione. I Rostri erano il luogo principale da cui rivolgersi al popolo romano, e per questo anche quelli antichi erano stati collocati in una posizione centrale. Quando Cesare ricostruì lo spazio civico di Roma, spostò i nuovi Rostri in un angolo del Foro romano, circostanza indicativa della considerazione che il dittatore aveva degli oratori pubblici.

I Rostri di Cesare erano alti più di tre metri e lunghi circa tredici. Avevano un fronte curvo, che probabilmente poggiava su dei supporti e si estendeva in una piattaforma rettangolare. Sul retro, sette scalini permettevano di accedervi, per affacciarsi sullo spazio aperto del Foro. Tutta la costruzione era rivestita da marmi. Il palco era decorato da quattro statue. Cesare fece restaurare quelle equestri di Silla e di Pompeo, a suo tempo distrutte dal popolo. Inoltre, furono erette due statue di Cesare, una in cui era ritratto con la famosa corona di foglie di quercia – corona civica, equivalente a una medaglia al valore –, l’altra in cui portava una corona fatta di erbe e fiori selvatici, onorificenza militare ancora più prestigiosa. Una delle due statue lo raffigurava a cavallo. In definitiva, le uniche immagini presenti sulla tribuna erano quelle di due dittatori e di un generale e uomo politico dispotico, che fra l’altro era genero dello stesso Cesare. Non vi comparivano campioni della libertà come Lucio Giunio Bruto, l’antenato di Bruto.

Il 15 febbraio, in occasione dei Lupercali, Cesare era sui Rostri, seduto su un seggio dorato, e indossava la toga color porpora dei generali in trionfo, le calzature alte, la tunica con le maniche lunghe al modo dei re di una volta, e una corona d’oro. Sul posto si era radunata una vasta folla.

Dopo la corsa per le vie cittadine, Marco Antonio salì sul palco e pose un diadema sulla testa di Cesare, dicendo: «È il popolo che te lo dà per mio mezzo». Alcuni applaudirono, ma la maggior parte dei presenti reagì rimanendo in silenzio. C’era anche Lepido, da poco nominato magister equitum, che reagì con un sospiro doloroso e volgendo la testa. Cesare si tolse il diadema e Antonio cercò di nuovo di consegnarglielo, ottenendo però ancora un rifiuto. Infine Cesare ordinò che lo si portasse al tempio di Giove Capitolino con le parole «Solo Giove è re dei Romani». E ricevette un’entusiastica approvazione.

Per commemorare l’evento, Cesare fu inserito nei fasti, il calendario ufficiale dello Stato romano, nel quale fu riportata la seguente formula: «il console Antonio per volontà del popolo ha offerto la dignità regia al dittatore perpetuo Gaio Cesare, il quale non ha voluto accettarla».

Le fonti sono piene di speculazioni su chi vi fosse dietro alla vicenda, e su cosa lo avesse mosso. Alcuni individuano in Marco Antonio l’artefice principale, dicendo che la sua mossa colse di sorpresa Cesare, vuoi che lo lusingasse vuoi che gli provocasse imbarazzo. In seguito si affermò che Antonio aveva solo intenzione di riportare Cesare alla ragione e di indurlo a rinunciare a qualsiasi ambizione monarchica. Altri attribuiscono un ruolo centrale ai nemici di Cesare. Secondo questa versione, due suoi oppositori salirono sulla tribuna e tentarono di convincerlo ad accettare il diadema. Non sapremo mai la vera storia dei Lupercali, ma risulta abbastanza evidente che Cesare doveva rappacificarsi con un pubblico che temeva la sua ambizione.

Aveva comunque ancora molti sostenitori. Il suo fedele collega Aulo Irzio, per esempio, in seguito lo definì vir clarissimus, un uomo eccezionale, che aveva reso più forte la Repubblica. Lui e altri definirono Cesare un grande uomo. Erano soltanto gli ottimati e coloro che «aspiravano ad esser potenti» a trovarlo «insopportabile», scrisse un suo antico sostenitore. La maggior parte dei Romani era fiera «delle sue molte e belle vittorie» e ammirava colui che «credeva ormai di essere più che un uomo». Tuttavia, quello che pensavano esattamente i Romani comuni in quell’inizio del 44 a.C. non era chiarissimo. Cesare aveva portato alla plebe urbana terra e pace, ponendo fine alle violente faide tra i nobili, e aveva anche arricchito le loro vite con feste e spettacoli. Il popolo però non sopportava i suoi attacchi ai tribuni della plebe e il fatto che svilisse le elezioni, e probabilmente aveva poco riguardo per i nuovi senatori provenenti dalla Gallia. Qualcuno pensava che Cesare stesse perdendo il suo ascendente sul popolo.

A quell’epoca, erano in molti a credere che il rifiuto della corona da parte di Cesare durante i Lupercali fosse stato un tentativo di verificare se c’era consenso sull’ipotesi che egli diventasse re. Erano convinti che volesse diventarlo, e lo disprezzavano per questo.

L’odio è uno dei pericoli maggiori per un governante, soprattutto se proviene dalla gente comune. L’odio incita alla cospirazione, e l’odio popolare induce i cospiratori a pensare di poter mettere a segno senza danni i loro piani. Cesare stava per fare diretta esperienza di questo principio.

In tre mesi, aveva mancato di rispetto al Senato, cacciato i tribuni e mostrato di desiderare la monarchia. A febbraio, la congiura che lo avrebbe ucciso stava nascendo. O forse era già nata.

Barry Strauss, La morte di Cesare





Barry Strauss è Professor of History e Professor of Classics alla Cornell University. È autore, co-autore e curatore di numerose pubblicazioni e collaboratore di importanti testate giornalistiche. È Heinrich Schliemann Fellow all’American School of Classical Studies di Atene ed è stato insignito del Cornell’s Clark Award per l’eccellenza nell’insegnamento. I suoi libri si distinguono per una qualità rara: uniscono alla competenza e alla rigorosa ricostruzione delle fonti uno stile serrato e una sapientissima narrazione.

www.BarryStrauss.com



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