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Collana Solaris

SOLARIS Solo chi è nato nel disordine può raccontarlo


Negli ultimi decenni la vita dell’Occidente ha subìto una metamorfosi senza precedenti; i modi di pensare, lavorare, comunicare, desiderare, aggregarsi sono cambiati profondamente. Di fronte a questa metamorfosi le parole, i discorsi, le storie con i quali il XX secolo ha raccontato il mondo si sono usurati, non a­fferrano la realtà, non reggono più.

La serie SOLARIS cerca di fornire nuove letture e nuove immagini del mondo in cui oggi, dopo il Novecento, ci troviamo a vivere.


A scrivere sono autori provenienti dall’ambito letterario, appartenenti per lo più alla generazione cresciuta fuori dalle certezze novecentesche. Senza ricettari, senza indici puntati, senza chiamate alle armi, una saggistica che desidera prima di tutto cogliere un sentimento della realtà attraverso la qualità letteraria. Nessun atteggiamento senatoriale, dunque, nessun millenarismo vittimistico o titanico, semmai la disponibilità a ragionare intorno a esperienze e a stati d’animo incerti e sfuggenti.


Solaris è un pianeta diverso dagli altri; è una serie diversa dalle altre; è saggio e racconto, in coraggioso equilibrio


Sottofondo italiano

Giorgio Falco
Sottofondo italiano

Il sottofondo scava nell’intimo di ognuno di noi, per trasportarci in superficie, nel sottofondo commerciale così invasivo da non farci sentire il destino comune, il senso di prigionia di una nuova stagione ritmata dai jingle, dalle promozioni. Barattiamo il silenzio che precede la lotta con una ninna nanna. I gesti decisivi diventano secondari, e il sottofondo dominante, che pensavamo relegato in secondo piano, diventa la vita.

Mio padre tornava a casa dall’ufficio e ripeteva ossessivamente una frase: «Sta diventando una cosa impossibile». Ma che cosa o chi stava diventando una cosa impossibile? Qualcosa di più grande del lavoro e di più piccolo della vita? O era così debordante da essere più grande della vita? C’erano giorni in cui molte piccole cose che componevano la vita erano più potenti e importanti della vita stessa, che pareva un’entità misera, lontana.Allora fuori esisteva questa cosa che rendeva la vita impossibile a mio padre, a milioni di esseri umani e animali e vegetali, e la cosa diventava impossibile perfino per se stessa, si sarebbe suicidata senza rendersene conto, questa cosa che nemmeno si poteva definire continuava a lievitare, soffocava l’esistenza di tutto.

Giorgio Falco è nato nel 1967. Pausa caffè è il suo primo libro edito nel 2004 da Sironi, finalista al Premio Chiara nel 2005. Ha pubblicato in varie antologie, tra cui Euforie curata da Giulio Mozzi e Marina Bastianello (Edizioni Il Poligrafo, 2001) e I racconti del capanno (DeriveApprodi, 2006). Per Einaudi pubblica nel 2009 L’ubicazione del bene, con il quale vince il Premio Pisa. Del 2011 è La compagnia del corpo, Duepunti edizioni. Con La gemella H (2014) edito da Einaudi vince, tra gli altri, il Premio Mondello Opera Italiana, il SuperMondello e il Premio Volponi. Nel 2014 esce per L’orma editoreCondominio Oltremare (con Sabrina Ragucci).


Stato di minorità

Daniele Giglioli
Stato di minorità

Se c’è oggi un’esperienza condivisa è un senso di impotenza, di mancata presa sugli eventi, di inibizione alla prassi. Non si dubita più se la realtà esista o se sia costruita. La dominante è pratica: la realtà esiste e io ne avverto il peso, solo non riesco a farci nulla, col dubbio se non sia io a non esistere davvero, a non esistere in modo significativo. Che io ci sia o non ci sia è ininfluente. Altri agiscono, altri decidono.

In un esperimento descritto da Henri Laborit ci sono tre gabbie e tre topi. Alle povere bestie vengono somministrate scosse elettriche. Il primo topo ha la possibilità di uscire dalla gabbia. Il secondo non può, ma gli è stato affiancato un suo simile su cui sfogare rabbia e frustrazione. Al terzo entrambe le alternative sono precluse. Sottoposti a controlli, i primi due non accusano sintomi. Al terzo vengono invece diagnosticate perdita di pelo, ipertensione arteriosa e ulcera gastrica: l’impossibilità di agire fa ammalare. L’esperimento ci turba perché ci rappresenta. Quali sintomi si manifestano in una società in cui l’azione politica è sentita come impossibile non perché proibita ma perché ineffettuale, senza esito, svuotata di ogni concretezza?Dicono i filosofi che l’umano è davvero tale solo se ha la facoltà di agire politicamente in mezzo agli altri, altrimenti è puro metabolismo, biologia, animalità. Si può discutere se questo sia vero. Non si può discutere su quanto sia diventato difficile verificarlo. Certo è che l’impossibilità di agire ci rende meno umani.

Daniele Giglioli, docente di Letterature comparate all’Università di Bergamo, collabora con il “Corriere della Sera”. Ha pubblicato, tra l’altro: Tema (La Nuova Italia 2001); Il pedagogo e il libertino (Bergamo University Press 2002); All’ordine del giorno è il terrore (Bompiani 2007); Senza trauma (Quodlibet 2011); Critica della vittima (Nottetempo 2014).


I destini generali

Guido Mazzoni
I destini generali

Oggi nessun occidentale si aspetta qualcosa di decisivo dalla storia e dalla politica, i grandi avvenimenti sono vissuti come astrazioni, meccanismi o spettacoli e tutto quello che interessa, a cominciare dai conflitti fra legami e piacere, si gioca nel tempo presente e nello spazio del privato.

Negli ultimi cinquant’anni la vita psichica delle masse occidentali ha subìto una metamorfosi molto profonda; tutti noi ne siamo stati trasformati e travolti. Oggi le categorie con cui di solito si giudica il presente, con cui si prende una posizione etico-politica sui problemi del nostro tempo, danno l’impressione di non cogliere la realtà, o perché si riferiscono a un futuro che, non rimandando più a un progetto politico, costituisce solo la proiezione di un desiderio, o perché si riferiscono a un passato che non tornerà. Quali sono i tratti più vistosi della metamorfosi? Che cosa è accaduto?

Guido Mazzoni è nato nel 1967. Ha vissuto e lavorato a Pisa, Parigi, Londra, Chicago e Roma; insegna all’Università di Siena. Ha scritto i libri di poesia La scomparsa del respiro dopo la caduta (in Poesia contemporanea. Terzo quaderno italiano, Guerini 1992) e I mondi (Donzelli 2010), e i saggi Forma e solitudine (Marcos y Marcos 2002), Sulla poesia moderna (Il Mulino 2005) e Teoria del romanzo (Il Mulino 2011).


Muro di casse

Vanni Santoni
Muro di casse

Perché sognare un quarto d’ora di celebrità se potevi prenderti dieci o venti ore al centro dell’universo? E la bellezza. Potevamo creare ovunque la bellezza: in ogni angolaccio, sotto a ogni cavalcavia, poteva sgorgare una fonte di meraviglia. Ogni periferia, ogni cittadina di provincia senza più guizzi poteva tornare a splendere e ribollire per una notte. E non parlo solo dei posti dove andavamo: il fatto che andassimo in alcuni faceva sì che tutti, in potenza, custodissero la bellezza.
Quindi, la speranza.

Cosa è stata questa ‘cosa’ sfuggente, multiforme ed entusiasmante avvenuta in Europa tra il 1989 e oggi – una cosa lunga dunque un quarto di secolo? Proprio dalla consapevolezza che nessun dato potrà mai avvicinarsi al significato profondo del rave, del trovarsi lì, a ballare davanti a un muro di casse fino al mattino (e sovente fino a quello ancora successivo) in quelle industrie abbandonate, in quei capannoni, in quei boschi, in quelle ex basi militari, fiere del tessile, ballatoi, vetrerie, depositi ferroviari, rifugi montani, bunker, uffici smessi, pratoni, centrali elettriche, campi, cave, rovine di cascinali, finanche strade di metropoli quando venne il momento della rivendicazione, è nato questo libro – perché, sia pure con una forte impronta documentale, in casi come questo il romanzo è il più potente strumento di analisi e rappresentazione della realtà.

Vanni Santoni (Montevarchi, 1978) vive a Firenze. Dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), Premio Scrittomisto 2007 per il miglior libro tratto dal web, ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Premio selezione Scrittore toscano dell'anno 2009 e finalista Premio Zocca, In territorio nemico (minimum fax 2013, da coordinatore), Terra ignota (Mondadori 2013) e Terra ignota 2 - Le figlie del rito (Mondadori 2014). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva.


Universitaly

Federico Bertoni
Universitaly. La cultura in scatola

Mutazioni antropologiche, narrazioni egemoni, logiche del potere e disegni politici più o meno occulti. Drogata da un falso miraggio efficientista, l’università sta svendendo l’idea di cultura e la ragione stessa su cui si fonda, ostaggio passivo e consenziente di indicatori astrusi, procedure formali, parole vuote che non rimandano a nulla e che si possono manipolare in base a interessi variabili – eccellenza, merito, valutazione, qualità, efficienza, internazionalizzazione.

Serve una diagnosi lucida per denunciare le imposture e cercare gli ultimi punti di resistenza. Il libro parte da casi concreti e da un’esperienza maturata sul campo. Senza alcun rimpianto nostalgico per la ‘vecchia’ università ma con uno sguardo disincantato, si rivolge a chi ha una percezione vaga del presente, spesso distorta da stereotipi e pregiudizi. Quel che ne emerge è al tempo stesso un racconto, un saggio di critica culturale e un testardo gesto d’amore per il sapere, l’insegnamento e un’istituzione che ha accompagnato il progetto della modernità occidentale.

Federico Bertoni insegna Teoria della letteratura all’Università di Bologna. È membro della Giuria dei Letterati del Premio Campiello e presidente dell’Associazione di Teoria e Storia Comparata della Letteratura. Autore di saggi di critica e di teoria letteraria, dedicati in prevalenza alla narrativa europea tra Otto e Novecento, ha pubblicato tra l’altro: Il testo a quattro mani. Per una teoria della lettura (La Nuova Italia 1996 e Ledizioni 2010); Romanzo (La Nuova Italia 1998); La verità sospetta. Gadda e l’invenzione della realtà (Einaudi 2001); Realismo e letteratura. Una storia possibile (Einaudi 2007). Ha inoltre curato l’edizione critica di Teatro e saggi in Tutte le opere di Italo Svevo (edizione diretta da Mario Lavagetto, “I Meridiani” Mondadori 2004).


Le parole senza le cose
 

Paolo Nori
Le parole senza le cose

Quando mio babbo mi aveva consegnato il suo mondo, negli anni sessanta, mio babbo mi aveva consegnato un mondo che lui abitava, capiva, e che era mosso da regole che, in larga parte, condivideva. Io invece, che mi muovevo in un mondo dove i tifosi facevano gli autografi ai giocatori, dove i cani si chiamano Ansia, dove c’era chi votava le chiese su TripAdvisor e dove le antiche gelaterie erano state aperte sei mesi fa, e dove le librerie vendevano il vino e i panettoni, e dove di Dante si sapeva che gli piacevan le uova, e dove se c’era un fustino, era salvaspazio, io a mia figlia le stavo consegnando un mondo che non capivo tanto.

Questo è un mondo, dicevo, dove io non so bene neanche dove andare a comprare i francobolli, e mi era venuto in mente un antropologo sardo che, qualche anno prima, aveva detto che la sua infanzia, lui era nato alla fine degli anni trenta, era più simile all’infanzia dei bambini dei nuraghi che all’infanzia dei bambini che nascono in Sardegna oggi.

Paolo Nori, nato a Parma nel 1963, abita a Casalecchio di Reno e scrive libri. Tra le sue più recenti pubblicazioni: La meravigliosa utilità del filo a piombo (2011), La banda del formaggio (2013), Si sente? Tre discorsi su Auschwitz (2014), Siamo buoni se siamo buoni (2014), La piccola Battaglia portatile (2015) e Manuale pratico di giornalismo disinformato (2015) per Marcos y Marcos; Tredici favole belle e una brutta (illustrazioni di Yocci, 2012) e La bambina fulminante (2015) per Rizzoli; Mo mama. Da chi vogliamo essere governati (2013) per Chiarelettere; Paolo Nori riscrive il Morgante di Luigi Pulci (2016) per BUR. Per Laterza è autore di Siam poi gente delicata. Bologna Parma, novanta chilometri (2007) e Baltica 9. Guida ai misteri d’oriente (con D. Benati, 2008).






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