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La solidarietà: virtù dei tempi difficili o sentimento repubblicano?

Stefano Rodotà: Solidarietà. Un'utopia necessaria

La solidarietà
virtù dei tempi difficili o sentimento repubblicano?
Stefano Rodotà

Solidarietà

La solidarietà è un principio nominato in molte costituzioni, invocato come regola nei rapporti sociali, è al centro di un nuovo concetto di cittadinanza intesa come uguaglianza dei diritti che accompagnano la persona ovunque sia. Appartiene a una logica inclusiva, paritaria, irriducibile al profitto e permettela costruzione di legami sociali nella dimensione propria dell’universalismo. Di legami, si può aggiungere, fraterni, poiché la solidarietà si congiunge con la fraternità. Nei tempi difficili è la forza delle cose a farne avvertire il bisogno ineliminabile. Solo la presenza effettiva dei segni della solidarietà consente di continuare a definire 'democratico' un sistema politico. L’esperienza storica ci mostra che, se diventano difficili i tempi per la solidarietà, lo diventano pure per la democrazia.

Parole che sembravano perdute tornano nel discorso pubblico, e gli imprimono nuova forza. «Solidarietà» è tra queste e, pur immersa nel presente, non è immemore del passato e impone di contemplare il futuro.

Era divenuta parola proscritta. Di essa, infatti, ci si voleva liberare o se ne cancellava ogni senso positivo, capovolgendola nel suo opposto. Non più tratto che lega benevolmente le persone, ma delitto: delitto, appunto, di solidarietà, quando i comportamenti di accettazione dell’altro, dell’immigrato irregolare ad esempio, vengono considerati illegittimi e si prevedono addirittura sanzioni penali per chi vuol garantirgli diritti fondamentali, come la salute o l’istruzione. Il fatto che oggi quella parola si pronunci con intensità, dunque, non può velare le continue rotture della solidarietà, non scioglie le ambiguità che possono accompagnarla, e l’hanno accompagnata, quando la solidarietà viene invocata per chiudersi in cerchie ristrette, alimentando rifiuti, esclusione di ogni estraneo, con una vicenda che l’avvicina, e sovente la sovrappone, a quella di una identità che si fa «ossessione identitaria», custode d’una logica che separa l’individuo o il gruppo, opponendoli al resto del mondo. Ma la ragione che consente di andare oltre queste ostilità risiede nel suo essere un principio volto proprio a scardinare barriere, a congiungere, a esigere quasi il riconoscimento reciproco, e così a permettere la costruzione di legami sociali nella dimensione propria dell’universalismo. Di legami, si può aggiungere, fraterni, poiché la solidarietà si congiunge con la fraternità, in un gioco di rinvii linguistici che spinge verso radici comuni. Nei tempi difficili è la forza delle cose a far avvertire come un bisogno ineliminabile il riferimento a principi che consentano di sottrarsi alla contingenza e alla nuda logica del potere, riscoprendo una radice profonda della solidarietà «come segnale di non aggressione tra gli uomini».

La cancellazione del principio di solidarietà come guida dell’azione pubblica e privata e criterio di valutazione dei comportamenti si presenta inoltre come un atto d’arbitrio, una amputazione indebita dell’ordine giuridico. Esso, infatti, è nominato in molte costituzioni e in documenti internazionali, compare in più di un punto del Trattato europeo di Lisbona, soprattutto dà il titolo a uno dei capitoli della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Viene invocato come regola nei rapporti sociali, alla quale devono attenersi pure gli Stati, soprattutto quelli tra i quali esistono vincoli formali di cooperazione, quali sono, ad esempio, i membri dell’Unione europea. Si dilata così al di là dei confini nazionali, si colloca in una dimensione dove sono appunto i principi, e non le regole minute, a essere la fonte alla quale attingere per trarne le indicazioni riguardanti i comportamenti individuali e collettivi, privati e pubblici, nazionali e globali.

Di tutto questo non ci si può liberare registrando con una certa passività le molte politiche che, nell’ultima fase e nell’Unione europea soprattutto, hanno imposto una riduzione dei diritti sociali in nome di un indiscutibile primato della logica economica, giungendo fino a certificare «la morte dello Stato sociale» – conclusione drastica di un autorevole esponente delle istituzioni europee, che suona come pubblica dichiarazione della legittimità di politiche che degradano i diritti sociali, rendendoli irrilevanti. Il realismo impone certamente di prendere atto di come nell’Unione europea sia stata capovolta quella linea di riforma «costituzionale» che aveva portato alla Carta dei diritti fondamentali e a qualche significativa novità nel Trattato di Lisbona. È stata messa a punto una sorta di «controcostituzione», che ha il suo più forte pilastro nel cosiddetto Fiscal Compact e di cui può essere ricostruita una più risalente genealogia che, tuttavia, rimanda a una storia che aveva mantenuto una forte consapevolezza della necessità non solo di contrastare le tendenze neoliberiste, ma di dare all’Unione una più forte legittimità, fondata proprio sui diritti, com’è scritto nella delibera del Consiglio europeo del giugno del 1999, che avviava, appunto, la scrittura della Carta dei diritti fondamentali. Potremmo quasi dire che nell’Unione convivono ormai due «costituzioni», che incarnano un conflitto dal quale dipende il futuro dell’Europa. Se oggi la costituzione economica appare come quella prevalente nella soluzione dei conflitti, la permanente presenza di principi e diritti costituisce un riferimento non soltanto formale per concludere che non siamo di fronte a una questione ormai definitivamente risolta a vantaggio di quella impostazione.

La vicenda storica della solidarietà conosce molti momenti di difficoltà, e persino di eclisse, che tuttavia non consentono di ignorare un altro dato di realtà, rappresentato proprio dal fatto che il permanere della possibilità di riferirsi alla solidarietà come principio fondativo ha mantenuto nei diversi sistemi una benefica tensione, che continuamente ci ricorda l’irriducibilità del mondo alla sola dimensione del mercato. La crisi «effettuale» della solidarietà non esonera dall’obbligo di misurarsi con i temi che essa ha posto, divenuti socialmente più brucianti e che, proprio per questa ragione, esigono una riflessione che tenga viva la consapevolezza della necessità di considerare la solidarietà come una categoria che può essere fattualmente negata, ma che tuttavia permane come riferimento forte, e obbligante, per un diverso agire politico e istituzionale. Come è stato più volte osservato, principi prima affidati solo alla forza della morale o all’azione politica hanno oggi lo statuto di norme giuridiche e, per questa ragione, possono e debbono essere «presi sul serio». La critica sbrigativa della esistenza di principi e norme contraddetti da pratiche che in concreto li ignorano o li violano, e che spesso sfocia in una ingannevole riproposizione dell’«autonomia del politico», trascura proprio il dato non soltanto simbolico del passaggio nella sfera del giuridico di principi che, per questo solo fatto, rafforzano la politica, fornendole strumenti che ne dilatano e legittimano le possibilità di azione.

È necessario, allora, riprendere con determinazione il tema dei principi. O questa è una pretesa anacronistica, inconsapevole di una società divenuta liquida, perennemente segnata dal rischio, dilatata nel globale, e quindi inafferrabile, irriducibile a schemi che pretendano di chiuderla intorno a riferimenti forti? I principi apparterrebbero al tempo delle grandi «narrazioni» cancellate dalla post-modernità, al punto che ormai potrebbero essere solo procedurali e accompagnare le dinamiche che via via si manifestano, come accade, ad esempio, con quelli che sono chiamati «principi di prevenzione e di precauzione».

Ma questa è una falsa rappresentazione, davvero una ideologia, che tuttavia rivela l’esistenza di un conflitto profondo, che riguarda il modo stesso in cui la società deve trovare i propri fondamenti. La ricerca dei principi può ancora seguire la via del costituzionalismo o deve accettare un radicale mutamento di paradigma, abbandonare la logica della connessione tra principi e diritti fondamentali e rassegnarsi alla subordinazione alle compatibilità economiche come unico riferimento «ragionevole», perché ispirato a un ineludibile principio di realtà?

L’alternativa è nelle cose, e deve essere affrontata, perché proprio la crisi economica e finanziaria, la sua dimensione globale, ha suscitato una rinnovata richiesta di mettere i principi al centro dell’attenzione politica e sociale, con un ampliamento di orizzonti che contrasta con la pretesa di escluderli da una visione del mondo dove la frammentazione convive con la concentrazione dei poteri, negando la possibilità stessa di costruire legami sociali e di riconoscere la rilevanza del pluralismo. Nei tempi della vita precaria, del rovesciamento dell’eguaglianza nel dilagare strutturale delle diseguaglianze, del ritorno a una povertà «degradata», lo sguardo deve essere rivolto alla trama dei principi, e alle modalità della sua ricostruzione.

Questo, peraltro, è tema che si congiunge con la più generale discussione intorno alle fatiche della democrazia, alla possibilità di continuare a riconoscersi in essa. Una delle condizioni di questo riconoscimento è costituita proprio dalla permanenza non formale del principio di solidarietà. Non a caso la storica qualificazione della solidarietà come «sociale» è stata nei tempi più recenti affiancata, o addirittura sostituita, dal riferimento alla solidarietà «democratica». In questo modo si compiono due operazioni: la prima consiste nel dilatare confini e capacità operativa della solidarietà come principio generale, sottraendola in qualche modo alle letture riduttive suggerite dalla crisi dello Stato sociale e individuandone un più largo campo di operatività; la seconda va nella direzione di costruire in modo più stringente i nessi tra democrazia e solidarietà, rendendo plausibile la conclusione secondo la quale solo la presenza effettiva dei segni della solidarietà consente di continuare a definire «democratico» un sistema politico. L’esperienza storica ci mostra che, se diventano difficili i tempi per la solidarietà, lo diventano pure per la democrazia. Con un trasparente riferimento a quel che aveva detto nel 1916 Rosa Luxemburg, “socialismo o barbarie”, si è giunti ad affermare “solidarietà o barbarie”.

Vero è che i tragitti della solidarietà non sono lineari, conoscono fortune e rifiuti, momenti di eclisse, com’è tante volte accaduto in Europa negli ultimi due secoli, e che, nel 1978, inducevano Luciano Gallino a scrivere che il termine era «caduto pressoché in disuso nel lessico contemporaneo». Il suo attuale riemergere è solo l’effetto delle difficoltà che stiamo vivendo? Dobbiamo concludere che essa è virtù dei tempi difficili, e non un «sentimento repubblicano» che deve accompagnarci in ogni momento?

Stefano Rodotà, Solidarietà. Un'utopia necessaria


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Stefano Rodotà è professore emerito di Diritto civile dell’Università di Roma La Sapienza. È tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. È stato presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali e ha presieduto il gruppo europeo per la tutela della privacy. Editorialista di "Repubblica", è autore di numerose opere tradotte anche in diverse lingue.


Tra le opere di Stefano Rodotà pubblicate da Laterza:


Il mondo nella rete

Il diritto di avere diritti

Tecnopolitica

Elogio del moralismo

Iperdemocrazia





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