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Loredana Lipperini: Questo trenino a molla che si chiama il cuore

Loredana Lipperini: Questo trenino a molla che si chiama il cuore. La Val di Chienti, le Marche, lungo i confini
Questo trenino a molla che si chiama il cuore
Con Loredana Lipperini in Val di Chienti,
nelle Marche, lungo i confini

Questo trenino a molla che si chiama il cuore

«Allora è un libro “civile”, un saggio, un’inchiesta? ... è un memoir? ... è un libro sulle donne? ... è un’autofiction? No e in parte sì. È tutto questo insieme ed è soprattutto un atto d’amore.
Per anni ho scritto del mondo che vedevo - scrive Loredana Lipperini su Lipperatura a proposito di Questo trenino a molla che si chiama il cuore-: quello delle donne, quello della rete. Questa volta ho scritto del mondo che è nel mio cuore. Non è uno spartiacque, o forse sì, ma un passo necessario. Ognuno lo accolga come crede: quel che posso dire è che questa sono io, fino in fondo. E sono felice di consegnare a chi legge la me che ha dormito nell’ombra.  Quella, direbbe Pessoa, che non mi appartiene.»
Eccone un brano.


Le storie sono fatte di persone
Perché, come diceva Pessoa, si è più reali quando si è una figura da romanzo. Reale è l’eteronimo che nella valle è nato e quel che ha scritto e quel che ha provato. Reale è il Guerrin Meschino, che nella finzione è sceso nella grotta della Sibilla: reale perché come tale è stato vissuto per secoli, fino a quando è diventato un ristorante, o forse proprio perché è diventato un ristorante, che naturalmente sta a Rocca di Montemonaco, ai piedi dei Sibillini, e vi si possono mangiare i maltagliati al cinghiale e le lumache di montagna mentre l’ombra scende, e chiedersi se si avrebbe il coraggio di attraversare i due portoni che sbattono senza fermarsi mai per arrivare a colloquio con la Signora e chiederle il proprio nome, e poi, staccato l’ultimo boccone di agnello dall’osso, dimenticare la questione come futile in quanto irreale.

Ma irreale non è: la storia del Guerrino viene raccontata perché è la storia di un cambiamento, come tutte le cerche, e quando si passa da un nome all’altro si passa da una realtà all’altra, come sapeva Pessoa, e come sapeva King quando inventò il suo alter ego Bachman e la sua biografia. Si cambia nome quando si sta cambiando, e nel momento in cui ci si rende conto che il cambiamento non è reversibile bisogna raccontarlo. Se non si riesce a cambiare il passato bisogna dirlo, questo, credo, intende Chiara Valerio con fermare il tempo.

Raccontare il dopo terremoto di Serravalle significa non dimenticare e non far dimenticare che ogni terremoto è insieme una tragedia e una ribalta, e avere una ribalta significa, potenzialmente, non essere dimenticati. Eppure i terremotati vengono dimenticati, basti pensare all’Aquila: chi non è stato dimenticato sono gli speculatori che ridono dopo la scossa pensando alla ricostruzione oppure è la pornografia del palcoscenico del G8. Quello lo ricordiamo, le risate le ricordiamo, gli aquilani che ancora non hanno le loro case li dimentichiamo. Fermiamo, dunque, solo l’immagine che ci è stata narrata.

Ogni terremoto è una ribalta, i fiutatori di tragedie alzano la testa e dilatano le narici. Lo fecero nel 1997, mostrando sotto i riflettori il volto della generosità e della pietà, donando palloni da calcio e pigiami e cupole geodetiche e maglie sbagliate e superstrade. Erano ancora gli anni in cui si pensava che gli oggetti, e il desiderio verso gli oggetti, fossero l’unica certezza, l’unica bellezza. Eravamo inchiodati al desiderio, e di qui i palloni e i pigiami e la cupola. Così come oggi adoriamo solo le immagini di quel desiderio e ci consumiamo di delizia sulle foto Instagram dei soufflé e dei cup cake e degli spaghetti con le cozze. La Valle si è consumata sul desiderio di una strada veloce, e non importa se qualcuno, come me, dice “Oddio”, ogni volta che la strada sale e si amplia sull’altopiano sbancato. Non importa se qualcuno muore.

Le storie sono fatte di persone. Questa, dunque, è la storia di una donna senza nome, e il racconto è stato fatto in un tempo così breve che comprende solo la fine e i fatti che l’hanno preceduta. La donna aveva un negozio a Caccamo, dove c’è il lago. Quando costruirono la superstrada, intendo il tratto già esistente, la donna cominciò a temere che avrebbe perso i suoi clienti, e così avvenne. La donna, dunque, si gettò nel lago. Questo mi dice Fausto, che sul lago ha un bar con ristoro, nel senso che puoi mangiare i ciauscoli e le lonze che ha preparato durante l’inverno e se hai molta fame puoi chiedere salsicce alla brace o tagliatelle col tartufo. Davanti al ristoro di Fausto ci sono le tende dei carpisti che attendono la sera per pescare, e qualche camper di campeggiatori con pochi soldi e poco tempo. Fausto dice quel che mi hanno ripetuto tutti, ovvero che è un bene che i turisti possano andare più in fretta verso il mare perché questo porterà benessere, e io mi sorprendo a chiedere per la centesima volta da dove possa venire quel benessere, perché chi va più veloce verso il mare non si ferma né per mangiare i ciauscoli di Fausto né per entrare nei negozi, ed è per questo che la donna si è affogata. Ma posso dire solo questo, queste cinque parole, la donna si è affogata, e non so altro di lei, se fosse giovane e così pallida da non poter prendere mai il sole, o avesse passato di poco la mezza età fingendo sicurezza e nascondendo, e probabilmente era così in ogni caso, la tristezza che la faceva restare a letto ogni mattina un po’ di più. Non so se da bambina avesse giocato a campana o si fosse arrampicata sugli alberi, se da ragazza avesse camminato mano nella mano con il suo amore, magari sulle rive del lago, magari per guardare i fuochi d’artificio di Ferragosto. Non so se avesse dei figli, e se magari quei figli bambini l’avessero aspettata la sera a casa per correrle incontro o l’avessero chiamata al telefono ridendo o piangendo perché si era rotto un gioco o per una lite con un amico e se ora, adulti, conducessero vite distanti e sopportassero appena la sua voce. Nulla so, eppure provo a fermarla ora e per sempre qui, mentre cammina sui sassi della riva e aspetta che la prima onda, quella più fredda, le bagni le scarpe, e a quel punto, nel tempo che è quello della storia, rabbrividisce e si volta ed entra nel bar di Fausto a chiedere un amaro Sibilla, fatto con le erbe magiche della montagna dalle donne Varnelli, e poi torna a casa.

Le storie sono fatte di persone. Io appartengo alla Valle perché qui era nato mio padre, e se avessi potuto fermare il tempo avrei dovuto farlo trent’anni fa. Mio padre scriveva sonetti con metrica perfetta, dipingeva a olio e acquerello, risolveva ogni problema di matematica, progettava case seduto a un tavolo da architetto, calcolava le misure dei plinti e decideva il giorno in cui il cemento andava gettato e festeggiato in una cena con i muratori, amava i prati fioriti di margherite gialle e cantava Parlami d’amore Mariù che sapeva suonare, con un dito solo, al pianoforte. Mio padre era daltonico e capiva se il semaforo era verde o rosso dalla posizione della luce. Mio padre aveva solo il diploma di geometra, anche se tutti lo chiamavano ingegnere, leggeva Topolino e, qualche volta, i gialli Mondadori. Mio padre andò in guerra e si gettò sul ponte, a vent’anni, sotto la mitraglia, pensando morirò. Mio padre non s’inteneriva sulla propria morte ascoltando l’Allegretto della Settima come il padre di Franco Fortini, perché non ebbe il tempo di farlo. Morì soffocato da un boccone, nel sonno pesante del sonnifero del sabato sera, dopo la cena del sabato sera. Mio padre mise una bagnarola rovesciata sopra una nidiata di pulcini per tenerli al caldo e quando morirono (soffocati, anche loro) pianse per un giorno, e aveva otto anni. Mio padre si chiamava Libero, ma doveva firmarsi con due B perché all’anagrafe non sapevano come si scrivesse il nome. Mio padre veniva costretto da nonna Leonilde ad ammazzare i conigli e lo faceva con un colpo così forte della mano da staccare la testa al coniglio, per non fargli male, e poi piangeva senza voltarsi indietro. Mio padre mandò a fuoco un fienile con una torcia improvvisata con un copertone, perché una goccia di gomma fusa gli cadde sulla coscia e lasciò andare la torcia sulla paglia, e fu l’unica volta che nonno Giovanni si tolse la cinghia. Mio padre era l’uomo che sorrideva sempre, mio padre riempiva i matrimoni e i funerali. Mio padre disse che era stanco di organizzare funerali e infatti morì due giorni dopo l’ultimo funerale di famiglia, quello dello zio Balilla. Quando mi dissero della morte dello zio Balilla stavo ascoltando appunto Il flauto magico, il coro dei tre fanciulli (cari, addio, ci rivedrem).

Raccontare la perdita del padre è qualcosa che occupa i libri e io non l’ho mai fatto. Dunque, non posso che raccontare per frammenti. L’odore del dopobarba di mio padre e la sua giacca appesa alla sedia la mattina della sua morte. L’idraulico che viene a vederlo e si inginocchia. E prima. Guardare lo sbarco sulla luna tutti insieme, nella casa di via Galla e Sidama, io con la camicia da notte di nylon a roselline, lui in canottiera celeste e calzoni corti. Le sere del poker con gli amici, il pacchetto di sigarette Africa vicino alle fiches. La domenica al ristorante a mangiare coratella coi carciofi. I silenzi, perché mio padre era Gemelli e cambiava umore all’improvviso, come ora mia figlia. L’esserci sempre, quando si rompe la macchina, quando bisogna fare la dichiarazione dei redditi, quando bisogna comprare un armadio. Il cappello con la visiera che metteva al mare, che non gli piaceva perché era un montanaro, ma era contento che ci andassi io. Il modo in cui mi tirava su fra le braccia dicendo “la moretta di papà” quando ero abbronzata. Il modo in cui mi consolava dicendo agli altri “è l’orsa di papà, non le piace essere compatita”, ma sapeva che non era del tutto vero, che avevo un bisogno disperato di essere compatita, ma non da tutti. Il quadro che abbiamo dipinto insieme, il soggetto era naturalmente Serravalle, un po’ di prato io, le foglie degli alberi lui che era più bravo. Il ballo del qua qua che faceva ridere mia madre. Il “non guarderò più una partita” dopo l’Heysel. Le sorelle che chiamano, e chiamano le nipoti e i nipoti, perché tutti hanno bisogno di un consiglio da zio Libero, che c’è sempre. I “ciao” detti la sera, quando si sdraiava davanti alla televisione con il foulard al collo perché, come me, soffriva di mal di gola per le troppe sigarette.

Loredana Lipperini, Questo trenino a molla che si chiama il cuore



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Loredana Lipperini, giornalista e scrittrice, collabora da anni con le pagine culturali de “la Repubblica” e conduce Fahrenheit su Radio Tre. Dal 2004 scrive sul blog www.lipperatura.it. Tra i suoi libri: Ancora dalla parte delle bambine, Non è un paese per vecchie e Di mamma ce n’è più d’una per Feltrinelli; Morti di Fama (con Giovanni Arduino) per Corbaccio; il racconto per ragazzi Pupa per Rrose Sélavy. Con Laterza ha pubblicato “L'ho uccisa perché l'amavo” Falso! insieme a Michela Murgia.


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