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Generazioni. Età della vita. età delle cose. Remo Bodei

Remo Bodei, Generazioni. (particolare della copertina)

Età della vita, età delle cose
Le generazioni secondo Remo Bodei

Generazioni

Se in una delle canoniche divisioni della vita umana – quella tripartita in giovinezza, maturità e vecchiaia – la preferenza era data alla maturità, simbolo di pienezza e culmine dello sviluppo dell’individuo, oggi la gioventù e la vecchiaia si dilatano e la maturità si restringe. I giovani tendono a rimanere più a lungo a casa, i vecchi cercano una seconda giovinezza e restano spesso produttivi dopo il pensionamento. Anche per effetto della crisi del welfare state muta pertanto la trama dell’esistenza individuale e dei rapporti di solidarietà tra le diverse età della vita. Si indeboliscono, in particolare, i legami sociali e la fiducia tra le generazioni. Si potrà introdurre tra loro un nuovo, più equo e lungimirante patto? Quali saranno le modalità di restituzione di risorse materiali e immateriali – cose, sicurezza, affetti, autonomia – alle giovani generazioni?

Tra gioventù e vecchiaia esiste una simmetria inversa: i giovani hanno poco passato alle spalle e tanto futuro davanti; i vecchi, al contrario, hanno tanto passato alle spalle e poco futuro davanti. Ai giovani si schiudono le speranze, ai vecchi non restano che i ricordi. Nei primi l’avvenire si apre al possibile e, nell’immaginazione, si popola di aspettative e di desideri; nei secondi il passato sovrasta le altre dimensioni del tempo, mentre il presente scivola, necessariamente e con moto accelerato, verso un futuro prossimo in cui il mondo proseguirà senza di loro.

Fra le diverse e tradizionali divisioni della vita umana – oltre a quella quadripartita secondo le stagioni dell’anno e ad altre scandite, come nelle stampe popolari, in sei e perfino in otto fasi – prevale quella articolata in giovinezza, maturità e vecchiaia. Il motivo della sua netta preponderanza (estesa metaforicamente anche al ciclo vitale delle nazioni e delle civiltà) deriva dalla ripetuta esperienza quotidiana del corso del sole: ascesa, zenit, declino. Al suo interno, la preferenza viene di norma assegnata alla maturità, simbolo di pienezza, di glorioso mezzogiorno, di culmine della parabola dell’esistenza e di raggiunto, felice equilibrio tra memoria del passato e proiezione nell’avvenire. Secondo le parole di Shakespeare, essa «è tutto», anche se, a dare ascolto a Oscar Wilde, «essere immaturi significa essere perfetti», non rinunciare mai a ulteriori cambiamenti.

La giovinezza è, per lo più, acerba, inesperta, impetuosa, colma di desideri. La vecchiaia, invece, è spesso malinconica, risentita, irritabile, timorosa e debole (etimologicamente il vecchio è «imbecille», in quanto ha bisogno di appoggiarsi a un bastone, in baculo). Quella trascorre rapidamente, avanza a lunghe falcate, mossa da potenti istinti e passioni; questa – estenuate o ridotte le energie propulsive – si muove, anche fisicamente, «al rallentatore», a passo strascicato verso il passato, l’unica dimensione del tempo che le appartiene completamente e che ancora considera sua, mentre il futuro, più ancora che in altre età, incombe in maniera sfumata o minacciosa. Nel tentativo di attribuire retroattivamente un significato alla propria esistenza, il vecchio allora si rende talvolta conto di trovarsi davanti a un’impresa impossibile: «Dopo aver cercato di dare un senso alla vita, ti accorgi che non ha senso porti il problema del senso, e che la vita deve essere accettata e vissuta nella sua immediatezza come fa la stragrande maggioranza degli uomini. Ma ci voleva tanto per giungere a questa conclusione!».

Mentre i giovani mirano generalmente alla conquista di beni materiali e immateriali, i vecchi vivono sotto il segno dell’agostiniano metus amittendi, della paura di perdere tutto, di avanzare nel crepuscolo verso l’ignoto o, forse, verso il nulla. Nell’accorgersi con afflizione che le energie del corpo e dell’animo deperiscono, essi sperimentano un’inarrestabile emorragia di vita. Spesso si affidano perciò a Dio, ripetendo inconsapevolmente le parole del Salmista: «Non mi rigettare nel tempo della vecchiaia, / non mi abbandonare nell’affievolirsi delle mie forze» (Salmo 71, vv. 9-10). Sentono la vita sfuggire, con moto tanto più accelerato, quanto più discendono nella shakespeariana «valle degli anni». La loro paura è allora più inquietante di quella dei più giovani, giacché – come ammoniva agli inizi dell’Ottocento Madame de Lambert nel suo Traité de la Vieillesse – essi sono più consapevoli che «nous ne vivons que pour perdre».

Questa distinzione in tre fasce d’età, elaborata teoricamente da Aristotele nella Retorica, mi servirà da pietra di paragone per confrontare preliminarmente i mutamenti avvenuti nella nostra attuale scansione delle età della vita. Vediamola però più da vicino. Per Aristotele i giovani «vivono la maggior parte del tempo nella speranza; infatti la speranza è relativa all’avvenire, così come il ricordo è relativo al passato». I vecchi, al contrario, non godono, generalmente, di questa passione nello stesso modo: «Essi amano la vita e tanto più in quanto sono al tramonto, poiché il loro desiderio riguarda un bene che ormai non c’è più, e si desidera soprattutto ciò di cui si è privi».

La pienezza, il solare e sereno mezzogiorno della vita dell’individuo, sta dunque nel mezzo, nella maturità, mentre la giovinezza pecca per eccesso e la vecchiaia per difetto: «tutte le qualità utili che la giovinezza e la vecchiaia posseggono separatamente, gli uomini maturi le hanno entrambe; e, per quanto riguarda gli eccessi e i difetti, essi li hanno nella misura adatta e conveniente».

Come ha acutamente osservato Machiavelli nei Discorsi, il giudizio sul passato si modifica assieme a noi, varia con il variare dei nostri appetiti e con il dipanarsi della nostra esperienza. Lo dimostra l’esempio dei vecchi e di tutti i «partigiani» delle cose passate, abituati a «laudare» il tempo che fu e a «biasimare» il presente. Il loro atteggiamento, aggiunge Machiavelli, sarebbe giustificabile solo se i vecchi conservassero le medesime passioni e i medesimi interessi della loro giovinezza: «La quale cosa sarebbe vera se gli uomini per tutti i tempi della lor vita fossero di quel medesimo giudizio ed avessono quegli medesimi appetiti: ma variando quegli, ancora che i tempi non variino, non possono parere agli uomini quelli medesimi, avendo altri appetiti, altri diletti, altre considerazioni nella vecchiezza che nella gioventù. Perché mancando gli uomini, quando invecchiano, di forze e crescendo di giudizio e di prudenza, è necessario che quelle cose che in gioventù parevano loro sopportabili e buone, rieschino poi invecchiando insopportabili e cattive; e dove quegli ne dovrebbero accusare il giudizio loro, ne accusano i tempi».

In epoche normali e pacifiche, l’«uomo respettivo», ossia prudente e maturo di giudizio e di età, può riuscire felicemente a governare le sue differenti situazioni. Ma, in periodi travagliati o di veloce mutamento, ha invece più successo l’«impetuoso», il giovane, che è per natura aperto al nuovo, provvisto di maggiore ardimento e di minore rispetto per il passato e per l’esistente. Da qui, la sin troppo celebre conclusione di Machiavelli: «Io iudico bene questo, che sia meglio essere impetuoso che respettivo, perché la fortuna è donna; et è necessario, volendola tenere sotto, batterla et urtarla. E si vede che la si lascia più vincere da questi, che da quelli che freddamente procedono. E però sempre, come donna, è amica de’ giovani, perché sono meno respettivi, più feroci, e con più audacia la comandano».

Sebbene nelle culture tradizionali la vecchiaia sia stata generalmente esaltata (diceva Democrito che «la forza e la bellezza sono i beni della giovinezza, la saggezza il fiore della vecchiaia»), la gioventù, per contro, è sempre stata elogiata per la sua bellezza ed energia, e non certo per la sua assennatezza, ed è stata rimpianta non appena ognuno si accorgeva che il colorito roseo e fresco del volto e delle membra (il lumen iuventae purpureum e il verecundus color) cominciava a ingiallirsi e a incartapecorirsi. Per questo, con l’avanzare dell’età, si è spesso colti da stupore e da un assurdo senso di incredulità nel constatare il mutamento avvenuto nelle proprie fattezze: «allo specchio dirai, e ti parrà d’esser altri – ‘Quale anima ho oggi, perché così non fui ragazzo, e perché a questo cuore non torna il volto intatto?’».

Di fronte ai tradizionali elogi della vecchiaia (da Cicerone a Mantegazza) come età della raggiunta saggezza, sempre Machiavelli è il primo a comprendere che in epoche caratterizzate dalla «variazione grande delle cose che si son viste e veggonsi ogni dí, fuora di ogni umana coniettura», i vecchi sanno generalmente comprendere meno il proprio tempo (ed agire di conseguenza) rispetto ai giovani. A causa della loro minore plasticità nell’adattarsi al nuovo, restano, infatti, tanto più indietro quanto più velocemente si sviluppano la società e la cultura.

Come già osservava Durkheim, il rispetto per i vecchi «va indebolendosi con la civiltà; se un tempo era esteso, oggi si riduce ad alcune pratiche di gentilezza ispirate a una sorta di pietà. Si compiangono i vecchi più di quanto si temano. Le età si sono livellate. Tutti gli uomini che sono arrivati alla maturità si trattano da eguali. In seguito a questo livellamento i costumi degli antenati perdono il loro ascendente, poiché essi non hanno più rappresentanti autorizzati presso gli adulti».


Remo Bodei, Generazioni. Età della vita, età delle cose

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Remo Bodei è professore di Filosofia alla University of California, Los Angeles, dopo aver insegnato a lungo alla Scuola Normale Superiore e all’Università di Pisa. Tra le sue opere più recenti, tradotte in varie lingue.


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