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1. Le ricerche bibliografiche 2. Information retrieval: 4. Biblioteche e Opac 5. Biblioteche e Opac 7. Le biblioteche 8. Opac specializzati, 10. Banche dati: archivi 11. Metarisorse generali |
Parte prima Concetti e strumenti 1. Le ricerche bibliografiche Natura e attori delle ricerche bibliografiche
Nelle bibliografie e nei cataloghi, ciascuna registrazione relativa a un singolo documento deve essere sufficientemente completa, in modo da renderlo identificabile distinguendolo da qualsiasi altro e da presentarne le particolarità più importanti, offrendo «informazioni che potranno risultare determinanti ai fini di una prima selezione e della richiesta da parte del lettore [...]. Anche per questo motivo è essenziale che la scheda, qualunque sia il supporto previsto [...] sia leggibile con chiarezza, con una disposizione coerente e costante delle sue parti, in modo da evitare difficoltà nell'individuazione degli elementi che la compongono» (Carlo Revelli in collaborazione con Giulia Visintin, Il catalogo, Editrice Bibliografica, 1996, pp. 63-64). Si riporta qui un esempio di scheda cartacea, tratto dal Manuale del catalogatore di Pierantonio Bolognini e Ismaele Pedrini (Editrice Bibliografica, 1990, p. 31). Le bibliografie, diversissime e indipendenti fra loro per ambito, dimensioni, finalità, criteri di inclusione e di ordinamento, hanno sviluppato un ampio ventaglio di stili di descrizione (ovvero di citazione), per i quali si rimanda a manuali di stile (Roberto Lesina, Il nuovo manuale di stile, Zanichelli, 1994, oppure Corrado de Francesco, Computer e Internet per lavorare con i testi. Stile, struttura e raccolta delle informazioni, Angeli, 2001) e a guide alla compilazione della tesi di laurea. Tra queste ultime è celeberrima quella di Umberto Eco, Come si fa una tesi di laurea (Bompiani, 1977), ed è utile anche Internet per chi studia di Vittorio Pasteris (Apogeo, 1998), ma un loro ampio elenco commentato è contenuto in La tesi. Istruzioni per l'uso di Gianni Davico (Lindau, 1997). Si possono consultare ancora dei testi specificamente dedicati a questo argomento, come quello di Nereo Vianello, La citazione di opere a stampa e manoscritti (Olschki, 1970), oppure come quelli di Claudio Gnoli e di Francesco Dell'Orso, disponibili in Aib-Web Contributi <http://www.aib.it/aib/contr/contr.htm>. In ambito catalografico, invece, le esigenze di scambio delle registrazioni fra le diverse biblioteche hanno condotto alla creazione di una articolata serie di regole comuni per la descrizione dei documenti.
Un esempio di scheda cartacea Le regole usate, emanate a partire dagli anni Settanta dalla Federazione internazionale delle associazioni di biblioteche (Ifla) e recepite da pressoché tutti i codici di catalogazione nazionali utilizzati dalle biblioteche, si chiamano International standard bibliographic description (Isbd) e si articolano in una serie di manuali, tradotti in numerose lingue, dedicati sia ai principi generali di catalogazione sia alle varie tipologie di documenti catalogabili (monografie, periodici e collezioni, materiale cartografico, musica a stampa, libri antichi, documenti elettronici, dischi e altri materiali «non librari») che ciascuna biblioteca decide se riversare in un unico catalogo o mantenere separate. Per ciascun tipo di documento sono indicati, seguendo sempre la stessa griglia generale, le fonti da cui si devono trarre i dati da inserire nella registrazione catalografica (frontespizi, testate, schermate, etichette, e via dicendo), il modo e l'ordine in cui essi vanno trascritti e la punteggiatura da utilizzare per scandire gli elementi che costituiscono la scheda. Nella Tabella 1 sono elencati i principali elementi che compaiono, in quell'ordine, nella maggior parte delle schede redatte secondo le Isbd.
Il codice Isbn o Issn richiede qualche spiegazione. Si tratta di un numero, utile per identificare univocamente ogni documento in modo formalizzato e sintetico, assegnato a ciascuna pubblicazione (incluse le sue varie edizioni ma escluse le ristampe identiche) da apposite agenzie internazionali o nazionali. Quasi tutti gli editori aderiscono all'accordo per l'uso di Isbn e di Issn. Il primo gruppo di cifre identifica il paese (88 per l'Italia), il secondo l'editore, il terzo il documento, e il quarto è un numero di controllo. Viene stampato su ciascuna copia e spesso tradotto (con l'aggiunta di un ulteriore gruppo di cifre iniziale 978 che indica la categoria merceologica «libro») in un codice a barre leggibile automaticamente. Conviene comunicare questo codice in libreria quando si ordina un libro, specie se straniero, per ridurre il rischio di equivoci e di errori. Esistono anche delle informazioni non previste dalle Isbd, perché non riguardano la vera e propria descrizione astratta del documento ma la gestione dei suoi esemplari fisici posseduti dalla biblioteca, che sono presenti in pressoché tutte le schede, come descritto nella Tabella 2.
Per permettere alle biblioteche di scambiarsi le registrazioni catalografiche (ad esempio per costruire cataloghi collettivi e quindi ridurre le spese di catalogazione) e per consentire agli utenti finali di scaricare da più cataloghi elettronici delle registrazioni facilmente cumulabili fra loro e riutilizzabili, tuttavia, non è sufficiente che tutte le biblioteche adottino le Isbd. Occorre anche che i dati siano fisicamente registrati sui supporti elettronici usati per il passaggio da un sistema all'altro secondo una struttura standard ampiamente condivisa. Questa esigenza è stata sentita fin dagli anni Settanta e ha portato in quel decennio alla creazione da parte della Library of Congress del formato Marc (Machine readable cataloguing), «per la produzione e lo scambio dei dati tra agenzie nazionali e tra reti bibliotecarie e già all'inizio degli anni Settanta numerose biblioteche, agenzie bibliografiche e produttori di basi dati commerciali lo adottarono, adattandolo però a specifiche esigenze e tradizioni catalografiche locali [...]. Si pose così ben presto l'esigenza di agevolare lo scambio internazionale e andare ad un ulteriore livello di standardizzazione che riconducesse ad unità la pletora di formati Marc che erano stati elaborati» (Giovanni Solimine, Controllo bibliografico universale, Aib, 1995, p. 35). Nasce così nel 1977 l'Unimarc (Universal Marc format), sviluppato dall'Ifla e strettamente legato alle Isbd, che viene tuttora utilizzato da moltissimi cataloghi automatizzati per importare ed esportare dati provenienti da diversi sistemi. L'Unimarc è stato adottato come standard dalla Comunità Europea per i progetti di cooperazione. La versione italiana del Marc (Annamarc, Automazione nella nazionale) nacque nei primi anni Settanta alla Biblioteca nazionale centrale di Firenze per automatizzare la Bibliografia nazionale italiana, ma fu utilizzato a tale scopo solo dal 1975 al 1984. Dal 1985 la Bni è prodotta in formato Unimarc e anche i dati del Servizio bibliotecario nazionale (Sbn, se ne parlerà ampiamente nel capitolo 5) sono facilmente esportabili e importabili in Unimarc. Altri formati nazionali continuano invece a sopravvivere (soprattutto quello americano, Usmarc, e quello inglese, Ukmarc, aderenti alle Anglo-american cataloguing rules, Aacr), anche se si stanno evolvendo verso una compatibilità sempre maggiore con Unimarc. Nel 1998 il mondo delle biblioteche è stato scosso dalla presentazione, da parte dell'Ifla, di un nuovo modello concettuale per l'organizzazione delle unità informative (record) inserite in bibliografie e cataloghi, denominato Functional requirements for bibliographic records (Frbr). Tale modello distingue fra un'«opera» (diciamo il Pinocchio di Collodi), le sue «espressioni», che ne declinano l'idea creativa originaria in vari media e in varie redazioni, e le sue «manifestazioni» fisiche concrete (diciamo una particolare edizione di Pinocchio), ciascuna delle quali è composta da tanti «item» tutti identici fra di loro (ovvero la singola copia o esemplare di Pinocchio che si ha in mano in un certo momento). Frbr da una parte approfondisce e rende più rigorosi i concetti classici della catalogazione, mentre dall'altra richiede sia ai produttori che ai fruitori di bibliografie e cataloghi una riorganizzazione concettuale di portata ancora incerta, tanto che ci si sta domandando, per esempio, «che fine farà la catalogazione attuale basata sulle Isbd e sul Marc? Gli Opac devono tener conto dei quattro livelli presentati da Frbr? Oppure i sistemi esistenti vanno cambiati del tutto?» (Carlo Ghilli e Mauro Guerrini, Introduzione a Frbr, Editrice Bibliografica, 2001, p. 10). La risposta, che avrà probabilmente maggiore impatto sui catalogatori che sugli utilizzatori dei cataloghi, la troverete forse fra qualche anno nelle prossime edizioni di questo libro.
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